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08
05
2012
Schiavi della creativitàScritto da: el diegun in Internet, Società, tags: beneficenza, internet, marketing, pubblicità, schiavi, senzatetto, wi-fiQuello strano sapore di marziano di cui vado da qualche tempo parlando, qui in cucina, è la sensazione che si prova davanti a storie come questa. Una storia che non è recente – la Rete ne ha dato notizia già un mese fa – ma che aveva bisogno di qualche settimana prima che ne trovassimo tutti gli ingredienti e ne comprendessimo bene il sapore. La storia si svolge in Texas, durante uno degli eventi più seguiti e importanti nel settore dell’innovazione tecnologica. Un’agenzia di “creativi” pubblicitari (con le virgolette, volutamente) pensa di offrire 20 dollari al giorno a 13 homeless (il termine fighetto che sta per senzatetto o per barboni) che vogliano portare addosso un’antenna wi-fi per la connessione alla Rete e chiede loro di girare per i padiglioni della fiera, consentendo così ai visitatori di navigare e rimanere on line grazie a questi hotspot viventi. Non finisce qui: i visitatori sono poi liberi di elargire alle antenne umane offerte in denaro per tenerli vicino a sé sfruttandone la capacità di connessione. Dov’è il sapore di marziano in tutto ciò? Nella dichiarazione dei “creativi”, che fanno un motivo di orgoglio l’avere dato un lavoro a un gruppo di diseredati, come se fare della beneficenza e della solidarietà (in questo caso della carità, cosa ben diversa) si traducesse nel prendere un barbone da un centro di accoglienza – dove un tetto l’aveva – togliergli quel tetto e trasformarlo in uno schiavo, che anziché agitare grandi foglie di palma per scacciare il caldo dalla fronte del Faraone, segue un proprio simile con la smania della connessione 24/7 ovunque si trovi. Cucinata questa ricetta mi viene poi da pensare che forse è solo una riedizione del vecchio adagio della storia che si ripete: non era sugli schiavi che si reggevano le piantagioni di cotone e le miniere d’oro? Non è sui nuovi schiavi dell’era post industriale che si reggono i raccolti di pomodori e si costruiscono le case a basso consumo energetico che poi rimangono vuote? Una differenza però c’è. Quelli delle miniere e delle piantagioni si chiamavano “padroni”. Quelli dei campi di pomodori o dei cantieri si chiamano “caporali”. Quelli che reclutano le antenne umane si chiamano “creativi”.
21
03
2012
Elogio (gratis) di Zio PaperoneScritto da: el diegun in politica, Società, tags: berlusconi, media, pisapia, politica, zio paperonePosso capire l’esigenza giornalistica di sintetizzare i concetti nelle poche parole di un titolo che deve essere prima di tutto accattivante e commerciabile, ma usare il paragone di Zio Paperone ogni volta che si parla della ricchezza di parlamentari o imprenditori è limitante. Limitante e anche riduttivo. Nei confronti di Zio Paperone. Per i giornali lo Zione è il paradigma della ricchezza, punto e basta. Ora, Zio Paperone è innegabilmente ricco. Immensamente ricco; tanto da non ricordare i nomi di tutte le industrie, i giornali, le compagnie aeree o i centri commerciali che possiede, benché li abbia acquistati tutti di persona. Non si serve di amministratori delegati, di manager, di dirigenti e di tutto lo stuolo di portaborse che invece sono in uso ai suoi presunti emuli della realtà. Lo zione fa tutto da solo e questa è solo la prima delle differenze sostanziali. La seconda è che lo fa lavorando sodo, rischiando di persona in viaggi avventurosi verso mete esotiche e pericolose. Incurante della sua età, Paperone va sempre di persona sul campo, rischiando molto di più che i suoi capitali, non certo accumulati stando comodamente seduto dietro a un computer collegato con la Borsa o facendo la presenza fissa sulle riviste di gossip. Un vecchio imprenditore un po’ calvinista, che si concede di andare dove lo porta il cuore ma soprattutto dove lo spinge il fiuto per il guadagno. La differenza più grande, però, fra le banalizzazioni giornalistiche e il vecchio zione di Paperopoli, è un’altra. Prima di essere ricco, egli è intollerabilmente spilorcio. Un tirchio capace di alimentarsi da decenni a pane raffermo e acqua piovana, scroccando pranzi e cene a casa del suo infingardo nipote, che può abitare e russare in quella casetta a due piani più sottotetto e giardino indipendente ai piedi del suo Deposito, a fronte di un affitto che lo zione sa benissimo non incasserà mai. Lo zione è un papero dai principi incrollabili, maturati lungo le rive dello Yukon, mentre cercava pepite lavorando dall’alba al tramonto di spalle e piccone, il primo dei quali da lui stesso dichiarato: “Chi è generoso non diventa ricco”. Tranne poi fingere un’amnesia su un tesoro “nascosto” per salvare dalla miseria la sua “Stella del Polo”, incontrata dopo 50 anni in Alaska durante un viaggio cominciato per affari e proseguito nella nostalgica memoria del suo passato, fino a quell’unica creatura alla quale avrebbe forse donato il suo cuore rivestito di durissima pietra aurea. Insomma, cari colleghi giornalisti, non ci sta proprio usare Zio Paperone come metafora di personaggi come Silvio Berlusconi, Giuliano Pisapia o i vari Tronchetti Provera della nostra tristolenta e spendacciona classe politica ed imprenditoriale. Quella è gente ricca di denaro. Ricca e niente più. Breve storia di un partito politico (anzi, di un movimento, come il suo indiscusso imperatore lo ha sempre definito) che più di un quarto di secolo fa si pose l’ambizioso obiettivo di scardinare il sistema di governo che chiamavano partitocrazia, usando slogan all’epoca mai sentiti come sciopero fiscale e secessione. Partendo dal Varesotto, dalla Brianza da alcune zone del Veneto, quel partito si radicò nel tessuto sociale delle regioni del nord e in molta della sua gente che lavorava e produceva la ricchezza di un Paese i cui governanti invece la dissipavano in sprechi assurdi, assistenzialismo, clientele e soprattutto corruzione. Fu a questo punto che nacque uno degli slogan che più rimasero nella memoria degli iscritti di quel partito e non: ROMA LADRONA, LA LEGA NON PERDONA. Nei ritrovi dei suoi luoghi-simbolo, come Pontida, nei gazebo che comparivano nelle piazze di tutto il nord Italia, i dirigenti di quel partito conquistavano crescenti consensi che erano sinceri proprio perché conquistati sul campo, con un paziente e costante lavoro sulle piazze, alle fiere, nei luoghi di ritrovo della gente comune. Un movimento a vocazione popolare come solo il Partito Comunista o la Democrazia Cristiana seppero essere. Complice la gigantesca inchiesta giudiziaria che dal 1992 spazzò tutta la classe politica responsabile della partitocrazia, il partito del Sole delle Alpi tramutò questi consensi in voti: una valanga di voti, almeno al Nord. Conquistò seggi in Parlamento, presidenti di province, sindaci e consigli comunali. Una nuova classe dirigente per la politica italiana, fatta di amministratori locali rivelatisi spesso incompetenti ma altrettanto frequentemente capaci e all’altezza del compito di governo locale. E con il potere arrivarono alleanze politiche importanti, controverse ma preziose per conquistare le stanze del potere centrale, che i loro iscritti speravano finalmente di sovvertire imponendo il governo della laboriosa e produttiva gente del nord. Da allora la Lega Nord è sempre in Parlamento: oggi è il partito più vecchio presente a Montecitorio. Non ha cambiato nome, non ha cambiato simboli, non ha cambiato neppure il suo storico leader. La storia e il potere hanno cambiato i suoi dirigenti, però. Cambiati al punto che per conservare un’alleanza di dubbio gusto morale, oltre che incapace di governare, hanno accettato compromessi impensabili per una forza tutta d’un pezzo come i suoi iscritti la ricordano e la vorrebbero ancora oggi. E hanno abbassato la testa quando il governo di cui hanno fatto parte non ha portato a termine la riforma che rappresentava la loro stessa vita, la loro stessa storia: il federalismo fiscale. Non solo. Una volta entrati nelle stanze del potere non le lasciano neppure davanti al sospetto infamante che la loro integrità morale sia messa in discussione da accuse di corruzione. Insomma, lo stesso modus operandi di quei diabolici protagonisti della partitocrazia che volevano ribaltare. Quando si è garantisti lo si è per tutti, indistintamente. E io lo sono, anche per Davide Boni che però, accusato di corruzione, non intende abbandonare la carica pubblica che ricopre. I magistrati diranno se la Lega è o non è ladrona. Ma Roma non perdona.
09
03
2012
Impressioni di 8 marzoScritto da: el diegun in Argomenti vari, Società, tags: 8 marzo, crisi economica, donneSono solo impressioni, sia chiaro; non possono certamente fare statistica 257 contatti personali su Facebook, un centinaio su Linkedin, oltre che qualche giro per Milano. Impressioni di un 8 marzo con meno mimose e più desiderio di far emergere la necessità di tenere viva l’attenzione sulle tante e troppe problematiche che affliggono le donne. In metropolitana all’ora di punta non erano la maggioranza le donne che rientravano dall’ufficio con il mazzetto di mimosa, ammennicolo irrinunciabile fino a qualche anno fa. Non credo sia merito della Guardia di Finanza che proprio ieri ha colpito i venditori abusivi di mimose, con uno dei suoi ormai regolari blitz anti evasori. E in rete ”Le mimose lasciamole sugli alberi” era l’invito di molti post al femminile. che invece del banale mazzetto virtuale di fiorellini gialli chiedevano la condivisione di campagne e messaggi contro la violenza, l’anoressia, la discriminazione sul lavoro. Insomma l’impressione è che l’8 Marzo 2012 sia stato segnato da una specie di appello al risveglio delle coscienze e alla sobrietà di non sprecare fiori che il 9 marzo finiscono in un angolo dimenticato di casa o dell’ufficio. Può darsi che la sobrietà sia obbligata dal momento economico critico che stiamo vivendo ma se serve alla riscoperta di una coscienza sociale e solidale, forse anche la crisi ha un risvolto (uno solo) non così negativo.
06
03
2012
Scritto da: el diegun in politica, Società, tags: partito democratico, politica, primarie, vauro
05
03
2012
Se Lucio Dalla fosse stato una “tardona”Scritto da: el diegun in Argomenti vari, Musica, tags: chiesa cattolica, lucio dalla, marco alemanno“Io sono andato tante volte a casa di Lucio e c’era anche Marco Alemanno, e non ho mai visto nulla”. Ecco, vorrei cominciare da qui. Lo ha detto – secondo Repubblica – padre Bernardo Boschi, confessore di Lucio Dalla nella solita caciara polemica che inevitabilmente ha accompagnato un evento come i funerali di uno dei massimi cantautori italiani. Chissà che cosa pensava succedesse in casa degli omosessuali! Non so: girano per i corridoi con il pene al vento cantando “I will survive” di Gloria Gaynor? Passano ore a baciarsi in ogni stanza con atteggiamento orgiastico? Dice molto, questa frase. Molto su quanto sacerdoti e prelati in realtà ignorino del mondo omosessuale. Dice mia moglie: “Che cosa ci aspettiamo da un’istituzione che considera l’omosessualità un peccato mortale da almeno 1000 anni?” Ha ragione, forse. Allora perché cercare spiegazioni al limite del surreale come “la Chiesa condanna il peccato e non il peccatore quando fa un certo cammino”? Perché alla fine anche i prelati si accorgono che il Medioevo è finito qualche secolo fa e se ci sono voluti 500 anni prima di ammettere che Galileo aveva ragione, sarebbe auspicabile uno sforzo per attendere un po’ meno il giorno in cui si riconoscerà che l’anima di un omosessuale conta come quella di un eterosessuale. Intanto mettiamo in questa zuppa anche l’atteggiamento patetico dei TG che, per non offendere i benpensanti, definiscono il povero Marco Alemanno “uno stretto collaboratore”. E un ultimo pizzico di sapore, sempre di mia moglie, al quale – sono sincero – non avevo pensato. Se Lucio Dalla fosse stato una donna sicuramente si sarebbe malignato sul perché una tardona di 69 anni stava con un bel giovane di 32. Insomma, quando c’è da fare baccano, gli italiani non sanno stare zitti neppure durante un funerale. Con questo, addio a Lucio Dalla. Una di quelle persone che in 4 frasi sanno spiegare uno stato del tuo animo, mentre a te ci vorrebbe una pagina. E ancora non sarebbe del tutto chiaro.
28
02
2012
Nella Concordia cosa mancava? Che domande, il confessionale!Scritto da: el diegun in Argomenti vari, Gossip, Società, tags: costa concordiaIl reality più vero del vero apre finalmente la sua stanza del confessionale: lei, la bella venuta dall’est con un passato tormentato irretisce il comandante e si innamora della sua uniforme, al punto che avrebbe fatto sesso con lui, se questi non si fosse fatto balenare nel cervello la sciagurata idea dell’inchino. Ora la sedia del confessionale non può che passare per tutti i presenti in plancia quella sera, che riferiranno di effusioni e sguardi maliziosi fra i concupiscenti, fino al gran finale: lì seduto a rivelare la sua verità, il comandante in persona! Qualcuno mi passa il telecomando? L’ho già visto, vorrei cambiare canale.
28
02
2012
Chi di manipolazione perisce…Scritto da: el diegun in Internet, Società, tags: informazione, Libero, manipolazione, media, TAVDa questa mattina rimbalza su Facebook come una pallina da flipper questa immagine:
la fonte è un blog che si autodefinisce di “altra informazione”. Non mi interessa il contenuto in sé, né la quantità di commenti indignati (e spesso offensivi verso Libero) che questo contenuto ha suscitato. Preso da quel piglio di voler verificare ogni cosa che leggo sono andato a cercare quello stesso sondaggio sul sito internet di Libero, ed ecco che cosa ne è spuntato:
Ora, se posso convenire circa la dubbia decenza del taglio del sondaggio, mi viene da osservare che se davvero si vuole marcare la differenza fra l’informazione manipolata dei media tradizionali e quella “altra informazione”, che fa della Rete il luogo in cui la conoscenza è condivisa perché anarchica sarebbe quantomeno auspicabile non usare proprio l’arma della manipolazione. Eccolo, finalmente! Quel sapore di marziano che cerco ovunque. Non capita spesso di trovarlo e quando accade deve essere lasciato così com’è, con il suo sapore così squisitamente assurdo. “Invece della farina normale, le ostie erano state fatte per errore con una farina allucinogena, che ha avuto un effetto immediato. E così domenica scorsa, nella chiesa di Santo Spirito a Campobasso, si è scatenato il caos: qualcuno diceva di avere visioni dei santi, altri abbracciavano il crocifisso, due vecchine si sono messe a inseguire il prete, prendendolo a borsettate e gridando: «Lei è il demonio». A don Achille, che nel frattempo era stato costretto a rifugiarsi in sagrestia, non è rimasto altro da fare che chiamare la polizia per far sgomberare la chiesa.” |





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